Psycho-Pass (サイコパス, Production I.G.)

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Studio d’animazione:
 Production I.G.
Regia: Naoyoshi Shiotani.
Sceneggiatura: Gen Urobuchi.
Character design: Akira Amano.
Main Cast: Kana Hanazawa (Akane Tsunemori), Tomokazu Seki (Shinya Kogami), Takahiro Sakurai (Shogo Makishima), Kenji Nojima (Nobuchika Ginoza), Kinryuu Arimoto (Tomomi Masaoka), Akira Ishida (Shusei Kagari), Shizuka Itou (Yaoyoi Kunizuka), Miyuki Sawashiro (Shion Karanomori), Yoshiko Sakakibara (Joshu Kasei), Noriko Hidaka (Dominator).
Episodi: 22
Origine: anime originale.
Genere: thriller, investigativo, sci-fi, psicologico, azione, drammatico.

df4fcaa46e9a64408e758660797ffed5Con Psycho-Pass veniamo proiettati nel 2113, in un futuro apparentemente perfetto, angosciante e spietato. L’immaginario della cruda narrativa di Gen Urobuchi (Puella Magi Madoka Magica, Fate/Zero) costruisce una distopia in cui l’uomo è totalmente dipendente dalla tecnologia e dove un sistema chiamato Sybil controlla lo stato mentale della popolazione; in ogni uomo infatti è istallato alla nascita un dispositivo che monitora il cervello per controllare il coefficiente criminale dell’individuo, lo psycho-pass. Così viene creata una società pacifica, dove i criminali o i potenziali criminali (quindi anche bambini che secondo lo psycho-pass potrebbero diventare criminali) sono isolati e detenuti in apposite strutture. Alcuni di loro, criminali latenti, vengono utilizzati per affiancare gli ispettori di polizia della squadra anticrimine; questi agenti speciali sono trattati alla stregua di cani ai quali però è permesso di utilizzare il dominator, una speciale pistola che informa sul coefficiente criminale del bersaglio e – a seconda del valore – può essere utilizzata per paralizzare o eliminare definitivamente l’individuo.
Nella squadra anticrimine capitanata dall’ispettore capo Ginoza, arriva la giovane e brillante Akane Tsunemori che – appena entrata – si trova a dover fare i conti con i brutali metodi dell’anticrimine. Forse non è il lavoro ideale per la tanto umana Akane, ma non per questo vuole tirarsi indietro, anzi, vuole capire quei criminali latenti, vuole capire perché hanno scelto di diventare agenti speciali, vuole capire perché essere gentile con loro è sbagliato, vuole capire perché dovrebbe star loro lontana per non sporcare il suo psycho-pass, ma soprattutto vuole capire chi è l’affascinante agente speciale Shinya Kōgami. Nel suo porsi domande, nel suo essere curiosa, Akane scopre di essere particolarmente capace nel suo ruolo di investigatore e il suo modo di pensare non è poi così lontano da quel criminale latente che è Kōgami. Eppure, per quanto Akane cerchi di capire Kōgami, c’è qualcosa che le sfugge, qualcosa che la distanzia irrimediabilmente da lui, una distanza che acquisisce rilievo quando iniziano una serie di macabri omicidi che sembrano avere come autore un individuo di cui il Sybil System non ha alcuna informazione e di cui non non può valutare il coefficiente criminale: Shōgo Makishima. Può davvero il Sybil System fallire davanti alla persona di Makishima? Chi è realmente? Perché Kōgami sembra esserne ossessionato? Cosa c’è dietro il Sybil System? Sulla scia di queste domande si caratterizza l’indagine più importante della vita di Akane Tsunemori.

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Psycho-Pass è un’intelligente storia di denuncia alla violenza tout court, una violenza che può essere espressa in azioni criminali quanto nella repressione di un sistema giudicante privo di empatia e pronto a condannare, isolare, discriminare. Per parlare di questo tema Urobuchi sceglie la via più esplicita per farlo, così Psycho-Pass si rivela un tripudio di violenza mirata a scandalizzare lo spettatore, disturbarlo, stancarlo, nausearlo dalla sua eccessività e portando a porsi domande sulla propria natura in quanto, tutta questa violenza, è frutto della rigidità di un sistema che impone a regime la pace; una pace in cui non devono esistere fonti di stress, in cui non si deve essere arrabbiati, in cui non si possono avere paure, in cui non ci si devono porre grandi domande, in cui non si deve provare eccessiva tristezza, una pace in cui l’umanità stessa è mutilata al fine di costringere ogni individuo alla felicità.
In questo contesto l’affascinante personaggio di Makishima, nel suo sadismo e nella sua istigazione alla violenza, diventa una figura quasi eroica in quanto incoraggia e perpetua l’umanità nella sua totale libertà di essere e agire, proprio come lui, che è uomo libero e consapevole della sua libertà e, per tanto, nessun sistema può reprimerlo. Non si confonda però la libertà con il male, il messaggio non è certamente questo e Urobuchi non è tipo da morale da favoletta, della libertà ci si interroga in questa serie (essere liberi è dare sfogo alle proprie pulsioni annullando qualsiasi gabbia morale? O forse la libertà è essere in armonia con se stessi nel rispetto degli altri?), ma quello che è certo è che nella libertà c’è la possibilità di scegliere e Makishima non è l’unico (supportato dalla lettura, dalla cultura quindi, un messaggio su cui insiste molto la messa in scena e le continue citazioni letterarie), anche Akane ha la stessa libertà. Akane ci viene presentata come una giovane onesta quanto brillante, così brillante che i risultati dei test attitudinali per il lavoro le rivelano che lei può scegliere di intraprendere qualsiasi carriera desideri, ovunque lei faccia domanda verrà accettata. La carriera da investigatrice nei primi tempi non è facile per lei ma potrebbe benissimo andarsene e iniziare un altro lavoro con successo, ma lei sceglie di continuare perché vuole capire, vuole indagare, vuole risposte. Akane è libera, in armonia con le sue scelte non condizionate da nessuno, e nella libertà – a differenza di Makishima – sceglie la libertà di agire nel rispetto e nella tutela del prossimo, qui sta la bellezza del personaggio di Akane: questa apparente Mary Sue agisce nel sistema aggirandolo e sfidandolo quanto sfida Makishima e quanto lo stesso sfida il Sybil.
Di mezzo a questi sfidanti vi è Kōgami, un Kōgami che è stato marchiato dal Sybil, un Kōgami che indaga in sintonia con Akane, ma che è anche perfettamente complementare ed affine a Makishima, la sua nemesi, la nemesi che vuole comprendere, che vuole eliminare, ma che se eliminerà è consapevole non avrà più nulla nella vita. Kōgami, in qualche modo, si aggira intorno alla libertà, tentato da essa, dalle sue sfumature, ma cosa può essere la libertà per lui? Se agirà da uomo libero sarà poi davvero libero?
Solo con questi interrogativi si può avere un’idea di quanto Psycho-Pass sia una serie profonda, avvincente, che va al di là del fascino del thriller investigativo grazie a personaggi dalle caratterizzazioni estremamente complesse e profondamente legate alla costruzione del Sybil. Una società dove regna la violenza è una società dove regna il terrore e dove quindi la libertà non esiste; allo stesso modo una società che epura da ogni violenza e da ogni elemento disturbante, può forse essere un’utopia di felicità, ma se si deve compromettere la propria libertà di essere al fine di creare un mondo privo di ogni negatività, questo sistema non esclude forse la libertà? È  un serpente che si morde la coda, una risposta giusta non c’è, ma si può trovare una personale risposta; Urobuchi ha dato in qualche modo la sua risposta, una risposta aperta a nuovi interrogativi, ma chiara, per questo è il grande assente della seconda serie, una seconda serie interessante ma non necessaria e di cui parlerò in una recensione dedicata.

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Dal punto di vista tecnico ci sono da segnalare altre eccellenze: la Production I.G. è sempre tra le migliori case di produzione, la regia di Naoyoshi Shiotan (Blood-C: The Last Dark) si sposa perfettamente con l’immaginario di Urobuchi e sa come metterlo in scena; il character design di Akira Amano (autrice di Katekyo Hitman Reborn!) è una scelta originale quanto ben riuscita, la colonna sonora diventa difficile da dimenticare quanto gli scenari e infine – a coronare il tutto – vi è un cast di talenti tra Kana Hanazawa, Tomokazu Seki, Akira Ishida e Miyuki Sawashiro, senza nulla togliere ai meno famosi, ma l’interpretazione che più si distingue è sicuramente quella di Takahiro Sakurai nel ruolo di Makishima, ascoltare per credere, è probabilmente la sua migliore performance e non vi lascerà indifferenti.
A conclusione di questa recensione posso dire che Gen Urobuchi riesce sempre a creare soggetti che si armonizzano ai miei gusti, per questo non ho difetti da segnalare o critiche da muovere, posso solo elogiare e raccomandare la serie; l’unico avviso che posso dare è che non è un anime per tutti: è eccessivamente violento (e se a me non dà minimamente fastidio, non significa che altri non ne possano risentire) e profondamente filosofico, si interroga sull’etica, ma non fa alcun tipo di lezione morale; se siete interessati a un anime d’intrattenimento che non vi faccia ragionare troppo di certo Psycho-Pass non è la serie che vi consiglierei, ha bisogno di partecipazione e riflessione se volete davvero goderne e, nel caso siate pronti ad impegnarvi, non scegliete di vedere la serie doppiata, guardatela in giapponese, davvero, cambia molto.

Giudizio personale: 10.

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